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Dec
16

Uno in diviso

Posted by gwineth in Everyday life, poesia
Posso solo sperare che il cielo – questo drappo tumido – si asciughi lesto per sgravare un firmamento. Che poi si faccia – svelto – di quella pallidezza quasi azzurra, di quella trasparenza marina satura di foschi stormi annuncianti per lui, fresco, l’arrivo della neve. Perché tra due giorni è Natale. E quand’ero bambino, a Natale, la neve doveva cadere.
Vivo a Milano da poco più di un anno: ho scelto questa città per refrigerare il mio animo sensibile e per trovare concentrazione a contatto con la foschia, con una bruma esistenziale lontana da tanti chilometri dal sole e dal vento della mia terra. Per dare ascolto a una pioggia che, incessante, notturna, mi spinge a rimanere in casa riverso sul mio scrittoio, dove trascorro le ore studiando e scrivendo poesie che nessuno, forse, leggerà mai.
Mi capita spesso, quando cammino per le strade e sta piovendo, di alzare la testa al cielo e di pensare che una goccia che crolla da un traliccio è come stilla che, dal tralcio infranto di una pianta, scivola sul ventre della sua foglia.
Ché gli occhi della mia generazione hanno compreso qualcosa che nessuno aveva mai capito prima cioè che, quando si è stanchi di vivere – quando si è stanchi di vivere a vent’anni – le vie dell’Universo all’improvviso diventano un letto scomodo con le lenzuola che puzzano di morte. Furioso, sono furioso allora – quando penso a questo e intuisco che, per grazia, c’è un nuovo punto di vista che – sarà quello retto, stavolta? – procede e, come i cipressi attorno alle mura di un cimitero, come la nebbia che cala sui Navigli corrotti, ammanta tutto quanto è vecchio e lordo e superato.
Ma poi rifletto, resta soltanto un’ombra, cui qualcuno ha voluto detrarre il corpo.
E provo pietà per chi mi succede, se penso al mio mondo, quello che mi include: il mondo non più degli indifferenti, non più dei pugnaci, non più dei drogati, ma dei depressi e degli sfervorati: semidei dalla voce stonata, gente che si grida in faccia sulla piazza domenicale, che vuole dire senza sentire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo.
Gente che non prova più vergogna quando dice di soffrire, specie se non soffre.
Gente che monopolizza la nuova cultura solo perchè sorridente o amica dell’amico di.
Ma tanto tutto questo non serve – dicono – se, dentro, sei vero e sincero: sopratutto se lo ripeti in continuazione perché è l’unica cosa che hai da comunicare agli altri.
E resta il velo di una stella chiusa, di un desiderio invisibile: quello di cambiare il mondo alla mia età, o più semplicemente di provare a conoscerlo.

[Alla memoria di Pier Paolo Pasolini - Uno in diviso - Alcide Pierantozzi]

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