L’orco con gli occhi d’argento
Posted by gwineth in Everyday life
[questo racconto non è mio, è di un caro amico, e sgorga dal suo cuore dopo una lunga conversazione. Non posso che ringraziarlo di questo onore.]
Una mattina , nella foresta, un orco sedeva fra le radici di un’antica quercia, era grosso quell’orco non grosso come quelli delle montagne del nord ma di una stazza comunque considerevole. Guardava il piccolo specchio d’acqua davanti a lui con uno sguardo spento mentre una sottile nube di goccioline generate dalla cascata alla sua sinistra si condensavano sul suo viso dai tratti feroci.
Risate cristalline esplosero nella quiete della foresta e dei piccoli uccelli che si erano fermati per farsi il bagno nella pozza volarono via spaventati. Il grosso orco si nascose immediatamente fra i cespugli cercando di rimanere piu’ fermo possibile mentre un gruppetto di giovani elfi, due maschi e due femmine, si lanciavano, tuffandosi, dalla cascata distruggendo la quiete dell’acqua con i loro tuffi aggraziati.
L’orco li scrutava dai cespugli, il corpo teso, lo sguardo fisso. Ridendo e schizzandosi l’un l’altro i giovani elfi uscirono dall’acqua e iniziarono ad arrampicarsi sulla ripida parete rocciosa con la grazia della loro razza per raggiungere di nuovo la cima della cascata, quando una pietra, ricoperta di muschio viscido inganno’ la delicata mano di una delle elfe che cadde per alcuni metri atterrando malamente su una caviglia. All’urlo di dolore uno dei maschi si tuffo’ nuovamente dall’alto della cascata per accorrere in aiuto della sventurata quando, noto’ un enorme orco uscire dalle fitte fronde di un cespuglio. “VA VIA ORCO” urlo’ il giovane elfo scagliando una pietra. Colpito alla testa un basso ruggito mise immediatamente in fuga gli elfi che corsero urlando verso il villaggio.
L’orco si avvicino’ alla giovane elfa che piangeva e cercava di tirarsi indietro terrorizzata, atroci erano le storie che si raccontavano attorno al fuoco di cosa succedeva agli elfi catturati dai temibili orchi.
L’elfa piangeva, l’orco avanzava imperterrito con un sottile rivolo di sangue che colava dalla tempia, i lineamenti truci il passo pesante.
“Non piangere isilriel figlia del popolo della luna”
L’orco con quella sua voce bassa, roca, guerriera stava parlando nella lingua antica, la lingua del popolo elfico. Il suono di quella lingua musicale stravolta dalla gola dell’orco non adatta a usare quel linguaggio ma la pronuncia era corretta, la cadenza dei popoli delle foreste immantate di neve del nord.
“Chi sei tu, orco, che mi chiami fanciulla di luna come il fratello chiama la sorella minore” disse l’elfa tremante, confusa da cio’ che vedeva con gli occhi e cio’ che sentiva con le orecchie.
“Il mio nome non mi e’ concesso di pronunziare sorella, quel che vedi non e’ cio’ che sono” disse l’orco inginocchiandosi vicino all’elfa caduta tendendo una mano verso la caviglia offesa.
La giovane istintivamente si ritrasse dal tocco della mano dell’orco.
“Piccola non aver paura” disse l’orco guardandola negli occhi. Gli occhi dell’orco erano d’argento limpido come quelli degli elfi del nord che vivono nelle foreste gelate.
“Lasciami controllare questa caviglia, e ti raccontero’ una storia”
L’orco prese l’esile gamba dell’elfa fra le mani, era livida e gonfia e la scruto’ con sguardo profondo aggrottando le sopracciglia pelose e un’espressione contrita si dipinse sui grotteschi lineamenti.
L’orco prese a cantare a mezza voce, un canto che usciva a fatica dalle labbra, un canto elfico, antico, un canto che in pochi conoscevano, le mani dell’orco divennero calde e le goccioline d’acqua della cascata per pochi attimi rimasero sospese nell’aria immobili mentre la caviglia offesa dell’elfa si rinsaldava, assumeva il colore candido della pelle sana, le escoriazioni sparivano e il gonfiore scompariva. Poi un colpo di tosse, un secondo e un fiotto di sangue usci’ dalla bocca sofferente dell’orco.
“Cosa ti accade orco gentile che canti nella lingua dei maghi?”
“Sorellina quello che vedi non e’ il mio corpo, io ero un elfo, un elfo come te, ma fui maledetto ormai da troppi inverni da un demone oscuro”
L’elfa massaggiandosi lacaviglia ora sana si sedette su una pietra piatta osservando l’orco gentile che cercava di pulirsi il sangue dalle labbra.
“Molti inverni sono passati e ancora questa maledizione non cede. Ricordo ancora la notte che lasciammo il villaggio, diretti verso il nord gli archi dei guerrieri splendevano dell’incanto dei sacerdoti e noi maghi seguivamo con gli oggetti del nostro potere, chi con le verghe dell’albero sacro dal legno bianco e leggero, chi con gli anelli del metallo di luna. Giungemmo infine nel luogo indicato dagli esploratori, a poche ore di marcia dal nostro villaggio e vedemmo l’abominio. In una radura dei maghi umani, sconsiderati avevano dissacrato una fonte del potere, sovvertendola col sangue dei sacrifici dei loro stessi figli. L’acqua era rossa di sangue. Il potere inquinato dalla ferocia e i folli vestiti di nero, con i polsi recisi danzavano in cerchio cantilenando un’evocazione nella loro lingua roca.”
La giovane elfa oramai assorta nella storia guardava l’orco con gli occhi velati mentre con la mente vedeva la radura insanguinata del racconto.
“Gli umani caddero in ginocchio con i polsi sgrondanti di sangue e l’abominio apparve rigurgitato dalla terra infetta del sortilegio, un filo di nebbia nera sempre piu’ consistente. Un fetore di morte che lentamente prendeva una forma, gli umani, stolti, cercavano di controllarlo, di soggiogarlo ai loro incantesimi fintanto che la sua forma in questo piano d’esistenza era ancora indebolito dallo slittamento delle realta’ ma egli era un maggiore, un potere molto piu’ grande della magia che saggiamente gli dei hanno concesso agli umani. Esso, l’entita’ consumo’ l’anima degli umani in un battito di ciglia, i loro corpi esanimi nella radura consumati fino ad essere ridotti a sacchi vuoti. Gli archi magici dei guerrieri scoccarono all’unisono delimitando un cerchio perfetto intorno all’essere del caos. Ogni freccia ha come punta un cristallo incantato sai piccola sorella dai capelli d’oro? I cristalli lo trattennero per il tempo necessario a noi maghi di circondarlo e intonare il canto dell’esilio. Molti due dei piu’ giovani fra di noi non ce la fecero, non riuscirono a modulare il flusso di magia tramite le loro gole e il canto distrusse i loro denti, i loro volti consumandoli in pochi secondi come un’intera vita. Loro perirono per rimandare il mostro nella sua dimensione. Il demone venne risucchiato indietro dalla potenza della magia ma il suo ultimo urlo nella lingua che non puo’ essere pronunziata proruppe nella radura. Nulla di cio’ che era vivo in quella radura ora e’ uguale. L’erba, un tempo verde, ora e’ spinosa e nera come la notte piu’ buia. I miei compagni mutarono orrendamente, alcuni morirono nella mutazione con le ossa deformate ad angoli indicibili. Io, seppur ridotto in questa maniera sono scampato, ma a qual prezzo. La magia e’ proibita a questo corpo, quando la uso essa strazia la mia gola rifiutandosi farsi piegare da queste labbra fatte per grugnire nella lingua dei feroci.”
“E perche’” disse la giovane elfa “perche’ non ti fai guarire dai maghi degli elfi?”
“Piccola nessuno puo’ guarirmi, neppure la magia degli elfi puo’ sovvertire quella dei demoni potenti, possiamo chiudere gli strappi che si creano fra la nostra realta’ e la loro, possiamo confinarli in oggetti di grande potere ma non possiamo cambiare la loro magia poiche’ essa e’ piu’ antica di questo mondo e non vi sono i suoni, in questo piano d’esistenza, per sovvertire la magia dei demoni. Inoltre, piccolina, nessuno puo’ riconoscermi, se mi avvicinassi a un villaggio del popolo della luna i guerrieri mi ucciderebbero subito, tu stessa, i tuoi amici mi avete visto per quello che sembro, un orrendo orco.”
Nel frattempo un canto acuto si udi’ nella foresta carico di allarme e urgenza
“Ecco i guerrieri che vengono in cerca di me, i tuoi amici hanno fatto in fretta a raggiungere il villaggio”
“Rimani Orco gentile spieghero’ io chi sei non ti faranno nulla”
“Piccola, porta con te il segreto della mia storia, loro non ti crederanno e anche se lo facessero, vedranno sempre e comunque un orco, giammai quello che fui un tempo”
Con la grande mano artigliata l’orco scosto’ una ciocca di capelli d’oro dalla guancia dell’elfa con le lacrime agli occhi si erse in tutta la sua statura e saluto’ toccandosi il cuore. Si volto’ e scappo’ nella foresta.
